Un arresto non è un’opzione

Stefan-HolensteinCol SMG Stefan Holenstein, presidente SSU

In quanto ufficiali abbiamo imparato che, per arrivare a varare una risoluzione, esistono varianti diverse. Diversi tipi di approcci possono portare a centrare l’obiettivo. Nel caso in cui le varianti siano l’un l’altra contrapposte, il comandante ne sceglie una, che poi viene applicata. 

È senz’altro fuori discussione che all’interno del nostro esercito urge un’evoluzione, un ulteriore sviluppo. Da anni le lacune sono evidenti e riconosciute in quanto tali, da anni lo Stato si è impegnato su tutti i fronti per elaborare varianti e indicare opportunità su come colmare tali lacune nonché equipaggiare al meglio l’esercito in vista delle sfide future.

Il presente progetto dell’ulteriore sviluppo dell’esercito (USEs) rappresenta una variante partorita in seno a un lungo processo, in comune accordo tra esercito, Consiglio federale e Parlamento. Lo ammettiamo, l’USEs non è la soluzione perfetta, non rappresenta il connubio tra botte piena e moglie ubriaca, ma è comunque quella variante fattibile, che è stata scelta per mettere in pratica la risoluzione. Si tratta di un progetto largamente accettato, socialmente e politicamente realistico ma, soprattutto, che può ancora svilupparsi. Una base, insomma, su cui poter contare in futuro.

Lo status quo dell’esercito non corrisponde a tutto questo. Per tale motivo l’annunciato referendum contro l’USEs è considerato così pericoloso e non deve essere visto come variante che faccia compiere all’esercito un ulteriore passo nel suo sviluppo. Nella migliore delle ipotesi rallenterebbe l’USEs e in quella peggiore – ovvero qualora venisse indetto il referendum e questo avesse inaspettatamente successo – andrebbe a cimentare l’attuale disfunzionamento dell’esercito per gli anni a venire.

Ancora per molti anni sentiremo ripetere all’infinito come un mantra la speranza che le lacune possano essere colmate immediatamente e senza modifica delle basi legali, quindi senza adottare misure d’emergenza, in quanto nessuno, né l’esercito né i politici, intraprenderà a tentoni una tale politica dei rattoppi priva di programma.

Neppure i sostenitori del referendum, del resto, hanno un approccio risolutivo, una soluzione, a portata di mano. Caldeggiano al massimo uno status quo in termini di effettivo e struttura, ovvero sostengono un esercito sottofinanziato con unità e brigate che, nella migliore delle ipotesi, sono occupate solo per metà e riserve equipaggiate in modo nemmeno lontanamente sufficiente. Gli oppositori dell’USEs si servono volentieri dell’argomento della costituzionalità, cosa molto allettante, data la semplicità di utilizzo di tale concetto incontestabile, in quanto l’ordinamento svizzero non conosce alcuna giurisdizione costituzionale. Si presume che neanche gli attuali 200 000 o addirittura 400 000 militi soddisfarebbero l’argomento della costituzionalità. Sarebbe sicuramente possibile trovare e incaricare un professore per stilare una relativa perizia. Indipendentemente dall’ammontare dell’effettivo richiesto o voluto, questo si lascerebbe manovrare esclusivamente attraverso la permanenza effettiva nell’esercito. E chiunque sia arruolato avrebbe l’obbligo di allenarsi regolarmente e dovrebbe prestare più giorni di servizio di quanti ne presta attualmente. Dunque perveniamo in tal modo alla necessità che i militari debbano prestare servizio fino ai 40 anni e oltre come un tempo fecero i nostri padri. Gli iniziatori del referendum si rifiutano di rispondere anche alla domanda su quanto largamente siano accettate le loro richieste in seno alla società e al mondo dell’economia.

Il referendum, che esso venga indetto o meno, che venga accettato o meno, non conosce nessun vincitore e, comunque vada, vedrà uno sconfitto: l’esercito. Quest’ultimo verrà ulteriormente indebolito, l’ulteriore sviluppo verrà rallentato oppure si verificherà un arresto, i rinnovi di prossima realizzazione verranno messi in discussione; tutto questo perché nell’ambito del programma regna l’incertezza, cosa che andrà ad abbattere ulteriormente l’esercito.

Questo circolo vizioso è quasi impossibile da spezzare, oramai.

Non sono contrario al fatto che i cittadini possano utilizzare i loro diritti democratici, ma mi aspetto dagli ufficiali (anche se hanno terminato il loro servizio ormai tempo fa) vedute più larghe e soluzioni più utili e fattibili. In quanto oggi, come allora, nel quadro delle diverse varianti da prendere in considerazione nel processo risolutivo, è poco ma sicuro che lo status quo, l’arresto a cui ho accennato prima non è una variante da scegliere per una risoluzione utile.

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